mercoledì 25 ottobre 2017

Le fiabe (di Andersen) con gli occhi di Gianni Rodari (PRIMA PARTE)

Nel 1970 Gianni Rodari scrisse, per la raccolta delle Fiabe di Hans Christian Andersen pubblicata da Einaudi, un’Introduzione da allora sempre ripubblicata e presente nella raccolta ancora disponibile in commercio. Si tratta di un saggio illuminante per quanto riguarda l'interpretazione dell'opera di Andersen. Al contempo, in questo scritto, Rodari condensa delle importanti riflessioni sulla fiaba, sul suo ruolo educativo e sulla sua attualità, temi che affidò anche a diversi altri scritti, ma che trovano in alcuni brani di questa Introduzione delle formulazioni particolarmente efficaci e utili per riproporre le questioni messe a fuoco da Rodari anche a chi, oggi, propone, o non propone, la lettura di fiabe (quelle di Andersen, o altre) a bambine e bambini.

1. Rodari lettore di Andersen
Rodari apriva la sua Introduzione con un paragrafo intitolato La coppia illegittima. Secondo Rodari "illegittima" è infatti l’associazione - che spesso veniva e viene tutt'ora fatta - tra Andersen e i fratelli Grimm.
Scrive Rodari: «Pensare per coppie pare essere una necessità, ma la coppia Andersen-Grimm è una coppia arbitraria». E racconta un aneddoto sul primo incontro tra Andersen e Jakob Grimm, che era un po’ più anziano di Andersen, nella Germania del 1845. In occasione di questo incontro, Jakob Grimm disse ad Andersen qualcosa come: «Scusi lei chi è? Che cosa ha scritto?» e Andersen, sbalordito, rispose, più o meno: «Ma lei deve conoscermi! Io scrivo fiabe, una mia fiaba è anche stata pubblicata in una raccolta dedicata a lei e suo fratello!». E Jakob Grimm: «Guardi, mi scusi, ma io quel libro non l’ho letto».
Su questo aneddoto ci si potrebbe soffermare a lungo e sotto molti punti di vista; Rodari lo usa per sottolineare due aspetti di Andersen autore di fiabe che è interessante ripercorrere, per poi allargare lo sguardo su riflessioni intorno al tema della fiaba in generale che Rodari affronta qui e in numerosi scritti e interventi lungo il corso della sua prolifica attività di scrittore e studioso di letteratura per l'infanzia.

Il primo aspetto su cui Rodari insiste, volendo sottolineare l'improprietà dell'associazione automatica  tra l'opera di Andersen e quella dei fratelli Grimm, è la differenza tra fiaba letteraria e fiaba popolare. Quindi tra un lavoro di raccolta come quello che i Grimm fanno nella Germania di inizio XIX secolo e la fiaba d’autore, di cui Andersen sicuramente è uno dei rappresentanti più celebri e più produttivi.

Secondo Rodari, la frase che Jakob Grimm rivolge ad Andersen, al di là dell'aneddotto, è la stessa frase che le fiabe dei Grimm e quelle di Andersen potrebbero rivolgersi a vicenda: «ma chi siete voi?» I Grimm, infatti, raccolsero le loro fiabe dalla bocca del popolo (tedesco) - naturalmente in un particolare contesto - mentre Andersen, dice letteralmente Rodari, il corpus magnum delle sue fiabe se lo è tirato fuori, pagina per pagina, dalla sua fantasia e dalla sua vita - sebbene riscrisse in modo creativo anche alcune fiabe che gli erano state raccontate da bambino. Le fiabe di Andersen nascono, quasi tutte, nella letteratura, direttamente, senza aver prima attraversato millenni e frontiere per incarnarsi nella lingua danese. E dunque, come Rodari sottolinea, la diversità delle fonti produce diversità di prodotti. Le fiabe di Andersen appaiono straordinariamente datate, figlie cioè dell’ideologia del loro autore. Quelle dei Grimm, questa in sintesi l’idea di Rodari, sembrano invece non avere data: hanno, piuttosto, il contrassegno profondo di quella che per brevità si potrebbe chiamare "l’anima popolare tedesca" e, al di là di quella, della più lontana preistoria che, sempre all’ingrosso, possiamo definire indoeuropea. (Ma dei Grimm, con tutte le dovute specifiche, parleremo in futuro).

L’aneddoto richiamato da Rodari ci parla così di questa estraneità, di questa differenza irriducibile. Ma ci parla, sempre secondo Rodari, anche di un altro elemento che è fondamentale tener presente per leggere le Fiabe di Andersen: la sua ansia di popolarità e, soprattutto, di riscatto per mezzo della sua opera letteraria. Senza entrare nel dettaglio della sua biografia (per la quale una fonte essenziale è senza dubbio La fiaba della mia vita, l'autobiografia che Andersen scrisse e riscrisse per quasi due decenni tra il 1840 e il 1857, recentemente pubblicata in italiano da Donzelli), ricordiamo però che Andersen era nato in un paesino della Danimarca (Odense, in Fionia), era figlio di povera gente, presto orfano del padre che era un falegname prima di arruolarsi volontario con l’armata napoleonica e non far più ritorno.

Si può qui ricordare un altro aneddoto, che spiega anche la grande "ansia da prestazione" (o, per il rovescio della medaglia, il presagio di grandi cose) che gravava su Andersen fin da ragazzo: sua madre, di professione lavandaia, lo aveva infatti messo a parte di una profezia ricevuta da un’indovina locale, secondo la quale, un giorno, tutta Odense si sarebbe illuminata per celebrare le imprese di Hans.

Quindi il giovane Andersen, quattordicenne, parte per Copenaghen in cerca di fortuna, dopo un’infanzia piena di umiliazioni date dalla sua condizione di svantaggio socio-economico da lui molto sofferta rispetto ai compagni, di prese in giro per il suo aspetto fisico e nel clima del protestantesimo di taglio luterano (quindi molto incentrato sul ruolo della comunità religiosa e del pastore) in cui crebbe. A Copenaghen avrà anni difficili: si collocano qui una serie di fallimenti, un amore straziante e non ricambiato, la pubblicazione di alcuni romanzi per adulti. Infine arriva la fama, portata appunto dalle sue fiabe. Un successo che si impone nonostante le critiche (ad esempio il fatto che Andersen innovasse molto sul piano della lingua suscitò grande scandalo e, in ambiente accademico, si affastellarono le critiche per il suo uso combinato di sapienza letteraria e lingua parlata).

Tra le molte cose che si dissero di lui, ad Andersen piacque molto una recensione (ne ritagliò e conservò il pezzetto di giornale) di Mayer, secondo il quale la lingua letteraria di Andersen colmava la lacuna tra la fiaba d’arte dei romantici e il racconto popolare quale è stato raccolto dai Grimm.
Il modo in cui Rodari interpreta e restituisce questo passaggio è illuminante:
Il trionfo arriva grazie a quell’astuzia del mondo bambino che, una volta scoperto il suo poeta se ne impadronisce, gli fa violenza, lo coccola, lo seduce, lo presenta a re e principi, a letterati e artisti, lo fa suo e loro pari, insomma.
Intrecciata al destino di narratore "universale" di fiabe che Andersen abbraccia, consacrando a questo ruolo l'interezza del proprio afflato letterario, la sua stessa vita inizia ad apparire, in primis ad Andersen stesso, una fiaba a lieto fine. E infatti, come anticipato, Andersen scrive un’autobiografia dal titolo La fiaba della mia vita. Oltre che come fonte per ricostruire gli episodi della biografia del nostro scrittore, La fiaba della mia vita è un testo essenziale per entrare nella trama della sua opera, perché qui, in modo esplicito, Andersen mostra come ci sia un legame stretto tra il piano del vero, quello della sua biografia, e la sua produzione di fiabe, rivelando molti segreti personali impastati con le sue fiabe. Sempre Rodari indica una chiave di lettura per questo ulteriore livello ermeneutico: questa relazione stretta tra vero e letterario non è solo un prendere spunto da fatti accaduti; è piuttosto un prendersi - attraverso la fiaba - delle rivincite sulla vita e sulla realtà.

Illustrazione di Fabian Negrin
Così, scopriamo che La principessa sul pisello nasce da una litigata con un’amica e, attraverso un tema popolare danese, si trasforma in una fiaba. O che La sirenetta parla dell’amore infelice di Andersen stesso per una donna, Luoise Collin: nella versione di Andersen - a differenza della più nota ripresa Disney - la sirena non riesce a conquistare l’immortalità conquistando l’amore di un uomo, ma ci riuscirà con le sue buone azioni perché, trasformata in una figlia dell’aria, penetrerà nelle case e farà esultare i bambini di ogni dove, e alla fine il buon Dio la ricompenserà. O che Le scarpe rosse - sempre stando a La fiaba della mia vita - è la trasposizione in fiaba di un elemento reale, biografico, una fusione tra un sostrato tratto da temi popolari e il ricordo di un’esperienza diretta: Andersen parla del giorno della sua comunione, in cui il piccolo Hans aveva un paio di stivali nuovi che "ricevettero più attenzione del buon Dio" e lui se ne pentì a lungo e ne soffrì tanto da sentire l'urgenza e la necessità di espiare quella colpa attraverso la scrittura di questa fiaba stupenda e terribile. Scrive infatti, acutamente, Rodari che Karen è il suo capro espiatorio e insieme la sua ambasciatrice nel regno dei cieli, per questo la sua penitenza è spinta fino all’orrore e - in linea con un puro luteranesimo - la sua redenzione è fatta coincidere con la morte. Da questi esempi, citati dallo stesso Rodari, emerge allora la cifra della profonda commistione tra livello biografico-reale e fantastico-letterario. E così molte altre fiabe: Il brutto anatroccolo, Il tenace soldatino di stagno...

L'Introduzione di Rodari alle Fiabe di Andersen a questo punto affronta una domanda complessa in modo estremamente lucido. Rodari ricorda infatti al lettore che le fiabe di Andersen sono state descritte come «fiabe cristiane», perché i vari elementi riconducibili allo sfondo luterano della biografia, della formazione, delle convinzioni morali e intellettuali di Andersen non sono sfuggiti alla critica e hanno anche suscitato la diffidenza degli adulti rispetto alla loro adeguatezza per i lettori bambini di un determinato tempo, ad esempio l'Italia degli anni Settanta, o di oggi. Nel ricordare ciò, però, Rodari insiste nel distinguere le Fiabe di Andersen dalla letteratura "pedagogica" e dalla favola "moralistica" in senso stretto. E si chiede: cosa fa delle fiabe di Andersen delle vere fiabe?

Ciò che distingue le Fiabe di Andersen dalla letteratura pedagogica e moralistica è il loro saper orchestrare un giusto equilibrio tra ideologia e fantasia. Rodari dedica un paragrafo al tema e analizza La piccola fiammiferaia come una dialettica tra ideologia e fantasia. Una dialettica in cui la seconda non soccombe alla prima, ma anzi se ne serve per i suoi liberi scopi. E, al contempo, propone due distinzioni fondamentali: quella tra critico e lettore e quella tra la storia letteraria e l'essenza profonda dell'opera di Andersen. L’Introduzione si conclude con un ultimo aneddoto a tal proposito, da cui Rodari trae una riflessione che vale la pena di leggere nella sua interezza:
Una volta lo scultore Thorwaldsen gli dice: «Lei può trarre una fiaba da qualsiasi cosa, perfino da un ago da rammendo». E Andersen scrive L'ago da rammendo: «...-Guardatemi, io vengo col seguito, - disse l'ago, e si tirò dietro un filo lungo, che però non aveva nodo...». Il meglio di Andersen è in questa pronta e totale obbedienza alla fantasia. I ricordi e gli amici, le letture e i viaggi, i sentimenti e l'ideologia, gli uomini e gli animali, le sirene e gli imperatori, l'ago da rammendo e il solino, il bucaneve e il cardo, il suo tempo e gli oggetti della vita quotidiana sono soltanto la materia prima cui la fantasia impone le sue leggi e insieme una metamorfosi completa, senza residui. Il critico ha ragione a parlare di «fiabe cristiane». Ma il lettore scopre che l'aggettivo resta legato alla loro storia letteraria, non alla loro essenza, che sta in una assoluta libertà di movimento. Andersen è lo spirito del gioco. Gioca con le vecchie fiabe, gioca a inventarne di nuove, gioca a scoprire una fiaba dappertutto, in chiunque gli passi accanto. In questo gioco egli trova il suo risarcimento pieno. Gioca con i bambini e con gli adulti che leggono dietro le spalle dei bambini. Gioca con tutta la sincerità di cui è capace, scherzando, commuovendosi, ammiccando, piangendo. L'invisibile presenza del pubblico bambino, che è il suo destinatario e committente anziché creargli dei legami, un impaccio, sembra moltiplicare la sua libertà. Non ha bisogno di bamboleggiare né di predicare: può espandersi con naturalezza in tutte le direzioni, dar fondo alle sue riserve di tenerezza, di allegria, di malinconia.
Questa dialettica, che Rodari tematizza qui, tra ideologia e gioco della fantasia, sarà un elemento molto importante anche nell'auto-analisi che lo scrittore applicherà a se stesso, e che lascia una domanda aperta anche per tutti coloro che si propongono un compito educativo. In fin dei conti, si tratta di avere ben chiaro ciò che si mette in moto nel momento in cui ci si avventura nelle maglie della "narrazione" intesa come una attività essenzialmente sociale e, dunque, mai neutra e sempre in connessione con la dimensione del "meraviglioso":
La cosa che egli crea, e che non esisteva prima di lui, è la fiaba contemporanea, nata dall'incontro diretto tra uno scrittore, il suo mondo e l'infanzia, nella quale la fiaba tradizionale non agisce da modello (sono scomparsi i maghi, le fate e le streghe) ma solo da pretesto che si allontana. Andersen scopre nuove sorgenti del meraviglioso. 
Meraviglioso e possibile rivestono dunque, nella "fiaba" di Andersen scrittore di fiabe, la funzione degli "aiutanti magici", che trasformano la sua impresa singolare e storicamente determinata in un'esperienza di metamorfosi e crescita - fino all'approdo a una comunicazione potenzialmente universale (questa era una delle caratteristiche formali della fiaba ad esempio secondo Cristina Campo) - della sua stessa facoltà di narratore di fiabe:
Che cos'è la fiaba, al di là di un repertorio di «meraviglie» che il tempo può incaricarsi di svuotare? Volava il tappeto di Aladino ma oggi volano i jet. Compariva uno schiavo, o un cane, se si strofinava un acciarino: oggi basta pigiare un bottone per far comparire le immagini di tutto il mondo. La fiaba rimane il luogo di tutti i possibili. Le sue possibilità - se si prescinde dalle formule classiche - rimangono intatte. In Andersen, appunto, esse prendono nuova vita.

Cora Presezzi
 
[FINE PRIMA PARTE...
leggi la seconda parte QUI]

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