sabato 4 novembre 2017

Con Natalia Ginzburg, nei regni della vita fantastica (PRIMA PARTE)

Tra i tanti argomenti sui quali prese parola, la scrittrice Natalia Ginzburg (Palermo, 14 luglio 1916 – Roma, 7 ottobre 1991) affrontò anche, con la nettezza tipica del suo modo di osservare il mondo e le cose, alcune questioni legate alla letteratura per l’infanzia e le fiabe, come ad esempio nel noto intervento intitolato Senza fate e senza maghi (aprile 1972), contenuto nella raccolta Vita immaginaria (1974).
Con questo testo, Natalia Ginzburg interveniva su un caso specifico e circoscritto. Eppure faceva reagire tra loro due elementi su cui è interessante continuare a riflettere e, se non proprio formulare delle compiute analisi per quanto riguarda l’oggi, provare a riaprire delle domande che sembrano avere ancora una loro piena legittimità.

Il primo elemento su cui insiste l'intervento di Natalia Ginzburg è il valore “educativo” della fiaba tradizionale nella sua forma non edulcorata. L’altro elemento è la critica, molto accesa, rivolta contro un certo “positivismo” pedagogico come quello che, a giudizio della scrittrice, si poteva desumere dalla linea editoriale della collana “Tantibambini”*. Leggiamo l’incipit del saggio:
L’editore Giulio Einaudi ha cominciato una nuova collana per bambini. Si chiama «Tantibambini» e la dirige Bruno Munari. Ne sono usciti quattro libri. Li ho avuti. Ho pensato che erano carini. Che costavano poco. Che erano piacevoli a vedersi e maneggevoli... Dunque fino a qui tutto bene. C’era però qualcosa che mi irritava e non capivo cos’era. Un altro libro si chiama L’uccellino Tic Tic. L’autore si chiama Poi. Non so chi sia questo Poi**. Anche questo l’ho letto subito, si legge d’altronde in due minuti. È la storia d’un bambino che ha paura del lupo, ma l’uccellino Tic Tic dà da mangiare al lupo, gli dà molte cipolle, teste di sardine e scarpe vecchie, il lupo non ha più fame e diventa buono, il bambino non ha più paura. Una storia graziosa. A un certo punto mi sono accorta che quello che mi irritava erano le parole scritte sul retro di ogni volume. Queste parole dicono: «Fiabe e storie semplici, senza fate e senza streghe, senza castelli lussuosissimi e principi bellissimi, senza maghi misteriosi, per una nuova generazione di individui senza inibizioni, senza sottomissioni, liberi e coscienti delle loro forze». A poco a poco ho capito che queste parole non solo mi sembravano irritanti, ma le detestavo. Esse mi sembravano piene di una presunzione suprema. Ho pensato che se veniva offerto L’uccellino Tic Tic sbadatamente e senza attribuirgli importanza, e se era lecito aspettarsi da questa collana per l’infanzia libri di ogni natura e di ogni specie, bene, ma se veniva presentato L’uccellino Tic Tic con dietro un programma pedagogico e come bibbia delle nuove generazioni, allora L’uccellino Tic Tic io lo trovavo rivoltante.
La critica non era rivolta agli appena quattro titoli usciti nel 1972 di questa collana (che fu, tra l’altro, decisiva: molti titoli sono oggi dei veri e propri classici della fiaba moderna***) quanto piuttosto alla sua dichiarazione di intenti:
Alla luce di questa irritazione, ho guardato ancora L’uccellino Tic Tic e non mi è sembrato niente affatto grazioso. La morale dell’Uccellino Tic Tic è che bisogna dar da mangiare ai lupi perché così diventano buoni. Non è vero. Chi l’ha scritto ha pensato che è bene demistificare agli occhi dei bambini l’idea del lupo. Però i lupi esistono. Si possono sfamare quanto si vuole, restano lupi e usano mangiare gli uomini. Oltre ai lupi, esistono persone che assomigliano ai lupi e il mondo ne è pieno. Non vedo quale vantaggio abbiano i bambini a pensare che i lupi diventano miti se gli si dà da mangiare. Non vedo nemmeno quale vantaggio abbiano i bambini a non aver più paura dei lupi. È un errore credere che la paura sia un male. La paura, è necessario soffrirla e imparare a sopportarla. Inoltre i lupi non mangiano le cipolle. Ora un lupo che mangia cipolle e scarpe vecchie, è lontano dal vero non meno che le streghe o le fate. Così vorrei sapere perché le streghe e le fate sono tenute al bando in questa collana, come superate e retrograde, e destinate ad antiche generazioni che si abbeveravano di fantasie e illusioni, e invece si lascia il passo a questo lupo che mangia le cipolle. Alla luce di questa irritazione, ho riguardato tutti e quattro i libri di questa collana e ho pensato che se ciascuno di questi libri in sé andava benissimo, la prospettiva di altri libri simili dava la sensazione di asfissiare. Tutto era prevedibile e predisposto. Una collana per l’infanzia dovrebbe essere avventurosa e libera come un bosco. Questa era invece come un’impalcatura di legno.
Ciò che Natalia Ginzburg contestava era dunque una dichiarazione programmatica “prevedibile e predisposta”, una prospettiva asfissiante come un’impalcatura di legno offerta in risposta al bisogno di vagare liberamente - e perdersi - nel bosco.
L’editore e il direttore di questa collana avrebbero invece dovuto dire con onestà: «Scrivere per i bambini oggi è difficilissimo. Non ci riesce quasi mai nessuno. Raduneremo i pochissimi che ci riescono. Fiabe nuove con fate e maghi non ce ne sono. È un gran peccato, ma non ce ne sono. Le Fiabe italiane di Calvino sono un capolavoro e un miracolo, ma i capolavori e i miracoli sono rari per forza di cose. Perciò faremo del nostro meglio. Avrete quello che passa il convento». Forse questa non sarebbe stata una buona frase pubblicitaria. Non importa. Se io pubblicassi o dirigessi una collana per l’infanzia, ci scriverei sopra a grandi lettere queste parole.
Natalia Ginzburg individua qui la contraddizione e/o il rischio insito nell'editoria "di progetto", che si propone di camminare al di là delle logiche di mercato. Una contraddizione tutt'ora, come vedremo, individuabile in alcune proposte che riscuotono un gran successo di mercato e di critica, su cui però forse occorre soffermarsi con occhio più analitico.
Accanto a questa indicazione, Natalia Ginzburg propone anche un confronto con "i regni della vita fantastica" aperti dal patrimonio fiabesco. «Fiabe nuove con fate e maghi non ce ne sono. È un gran peccato, ma non ce ne sono. Le Fiabe italiane di Calvino sono un capolavoro e un miracolo, ma i capolavori e i miracoli sono rari per forza di cose». Nella prospettiva iperbolica di questa quarta di copertina immaginaria c’è un invito - uno dei più accorati che siano mai stati scritti - alla valorizzazione dell’elemento fiabesco, accostato come pars construens alla critica “iconoclasta” di Senza fate e senza maghi contro quello che potrebbe esser definito, dicevamo, una (e ogni) sorta di “positivismo” pedagogico.
Da un lato, dunque, la scrittrice invitava ad ammettere - con onestà - che «scrivere per ragazzi è difficilissimo» e a cercare di analizzarne e capirne i motivi, tenendo saldo che di quei lettori «non possiamo sapere nulla»:
Le ragioni per cui oggi scrivere per i bambini è così difficile, sono infinite, ma una certo è che è nata in noi l’idea che ai bambini tutto può far male. La fantasia ci atterrisce perché è avventurosa, imprevedibile e forte. Noi ne abbiamo poca, e per giunta l’adoperiamo con mani parsimoniose e schifiltose. Quando si scrivono o si stampano libri per bambini, per prima cosa si sbarrano porte e finestre. No alle storie di dolore perché il dolore fa male. No alle storie di miseria perché sono patetiche. No alle lagrime. No alla commozione. No alla crudeltà. No ai cattivi, perché non bisogna che i bambini conoscano la cattiveria. No ai buoni perché la bontà è sentimentale. No al sangue perché fa impressione. No ai castelli lussuosissimi perché sono evasione. No alle fate perché non esistono. I bambini sono fragili e perciò li nutriremo con vivande lavate e disinfettate. Li educheremo alla concretezza, avendo però sterilizzato la concretezza, avendo isolato nella concretezza ciò che non manda né bagliori né lampi. Li nutriremo con sabbia, accuratamente filtrata e senza batteri. Li nutriremo col bicarbonato, col borotalco e con la carta assorbente. Mi si dirà che ai bambini piace il bicarbonato. Può anche darsi che gli piaccia quando non hanno altro. Il problema però non è che gli piaccia o gli dispiaccia il bicarbonato. Il problema è invece come crescono con questo tipo di alimentazione i bambini.
E, dall’altro lato, Natalia Ginzburg indicava nelle Fiabe di Calvino una sorta di canone. Segue infatti una pagina che riesce - altrettanto miracolosamente - a restituire "l'aria libera" dell’opera del Calvino narratore di fiabe popolari:
Non riesco a sentire una vera irritazione contro Bruno Munari, direttore di questa collana, perché non lo conosco di persona. Ma l’editore Giulio Einaudi è un mio amico e mi è carissimo. Nulla di quello che lui fa o pensa mi è mai indifferente. Perciò tutta l’irritazione la provo in verità contro di lui. Egli ha pubblicato anni fa il più bello fra i libri per bambini che siano stati scritti nel nostro tempo: le Fiabe italiane di Italo Calvino. È un libro stupendo. È pieno di fate, di maghi, di principi lussuosissimi e di castelli bellissimi. È pieno anche di contadini e di pescatori. Vi si respira l’aria libera della fantasia e insieme l’aria aspra e libera della realtà. Non contiene insegnamenti morali se non quelli inespressi che ci offre ogni giorno la nostra vita reale. Non contiene intenzioni pedagogiche di nessuna specie. È scritto in una prosa limpida, lineare e concreta, una prosa esemplare perché è così che si deve scrivere per i bambini, una prosa totalmente priva di parole superflue. Sfido chiunque a trovarvi una sola parola superflua. Sfido chiunque anche a trovarvi una sola parola leziosa. Calvino certo non aveva in testa nessuna idea educativa, ma in verità nulla è più educativo dello stile quando è chiaro, rapido e reale. Le Fiabe italiane sono delle vere fiabe, create generosamente per la gioia del prossimo, e così è necessario che siano le fiabe per i bambini, inventate e create unicamente per la felicità. È vero che Calvino non ha propriamente inventato queste fiabe, le ha raccolte nella tradizione italiana e riscritte, ma avendole egli riscritte nella sua prosa rapida e limpida sono sue. Sulle Fiabe italiane, bambini di ogni età si estasiano e si sono estasiati. L’editore Giulio Einaudi, di questo libro ne ha vendute montagne. Non se ne è dimenticato, perché lo ristampa di continuo. Si è accorto, l’editore Giulio Einaudi, d’aver pubblicato un libro fondamentale nel campo della narrativa per l’infanzia? Lo sa o non lo sa? Se lo sa, come mai esce fuori adesso con la frase «senza fate e senza maghi»? Che è come dire «vi daremo delle ottime torte senza farina, senza zucchero e senza burro».
La contrapposizione che Senza fate e senza maghi stabilisce è dunque quella tra letteratura pedagogica e fiaba popolare. Una contrapposizione interessante e attuale. La fiaba, infatti, ha proprio la caratteristica di non dare indicazioni; piuttosto si tratta di un “passare in rassegna destini”, per usare un’espressione felicissima di Italo Calvino stesso. Di contro, la collana “Tantibambini” peccherebbe di presunzione pedagogica nella sua pretesa di offrire ai bambini libri e storie come fossero una sorta di “bibbia delle nuove generazioni”.
L’idea che Natalia Ginzburg contesta è quindi quella di una letteratura che sopravanza la società e indica la strada; è, insomma, “la retorica e l’ottimismo generazionale”, la pretesa di poter costruire una generazione libera, ma senza saperne - inevitabilmente - nulla.
Aggiungerò che quello che detesto nella frase «senza fate e senza maghi, per una nuova generazione di individui senza inibizioni, senza sottomissioni, liberi e coscienti delle loro forze» è la retorica e l’ottimismo generazionale. Auguriamoci pure che le nuove generazioni siano costituite di individui liberi. Però non ne sappiamo proprio nulla. Inoltre non sappiamo affatto se sia.un bene crescere senza inibizioni. Forse fra poco si scoprirà che le inibizioni, di cui l’uomo di oggi si fa gloria di essersi sbarazzato, le inibizioni e le lotte dei singoli per superarle o vivere con esse, erano il pane e il sale dello spirito.
Natalia Ginzburg sembrava inoltre interpretare il «senza fate e senza maghi» della linea editoriale di “Tantibambini” come una dichiarazione di intento: quello di voler preservare l’infanzia dalle narrazioni di paura e di morte - tema, questo della paura, oggi molto attuale - che in altre chiavi avrebbero di lì a poco elaborato anche Rodari (Grammatica della fantasia), Bettelheim (Le fiabe e le paure dei bambini) e Richter (La luce azzurra). In questo Natalia Ginzburg assolutizzava qualcosa che, va detto, non può essere a posteriori imputato, al di là della "lettera", a ciò che di fatto fu "Tantibambini": ce ne fossero oggi di collane con un così grandioso coraggio e acume editoriale!

Leggere oggi questo saggio di Natalia Ginzburg serve però a ricordarci che non dobbiamo dare per scontato, ma interrogare criticamente il processo per cui l’editoria – il libro, infatti, oltre a essere un prodotto culturale è anche un prodotto del mercato - andando incontro alla richiesta di eliminazione degli elementi cruenti e stranianti dai libri da sottoporre ai bambini, tende, tra l’altro, a fornire anche versioni edulcorate delle fiabe tradizionali.
Da un punto di vista generico qui la questione diviene, insomma, quella del rapporto, strettissimo, tra la letteratura che la società (ovvero gli adulti) rivolge all'infanzia e la società stessa, di cui la proposta pedagogica è sempre uno specchio, ed è per questo che l'antitesi individuata dal saggio di Natalia Ginzburg è attuale. 
Ciò che è certo è che la letteratura per l'infanzia è - o può essere - una palestra per allargare lo sguardo. In questo, diceva Natalia Ginzburg, le Fiabe di Calvino hanno un loro straordinario potenziale. 

Ed è qui che la questione generale si sdoppia in una domanda specifica: la pensiamo ancora così sulle fiabe? Forse non è superfluo chiedersi se le leggono, oggi, i bambini le Fiabe italiane di Italo Calvino; se vengono loro lette; e, in caso negativo, per quale ragione non le conoscono. 
Quando diciamo che una qualsiasi fiaba (di Calvino, ma anche di altri autori) può essere non adatta a un bambino e/o a una bambina, dovremmo rileggere Senza fate e senza maghi e valutare se abbiamo o meno argomenti da contrapporle - argomenti soprattutto empirici, basati sulla nostra esperienza di lettura delle fiabe a e con bambini. E questo, alle volte, singifica assumersi il rischio e la fatica di stare dentro la complessità e le contraddizioni, anzichè scegliere la strada di troppo facili (e solo apparenti) soluzioni che, a ben vedere, semplicemente e semplicisticamente nascondono sia la complessità sia le contraddizioni stesse.
Nelle Fiabe italiane di Calvino, a cui non mi stanco di richiamarmi, ci sono teste tagliate, cadaveri, briganti, ladri, orchi, crudeltà e orrori. I bambini ne sono deliziati. Questo perché le vere e belle fiabe sono in verità inoffensive. Esse sono situate nell’unico luogo dell’universo dove non esiste offesa, cioè nei regni della vita fantastica. Quando mettono paura, è la paura salubre e liberatrice della fantasia, paura di cui lo spirito ha desiderio e alla quale si protende come a una fiamma che lo riscaldi. Della vita fantastica, i bambini hanno fame e sete, le fate e i maghi abitano nel loro pensiero e il fatto che non esistano nella realtà è per loro giustamente irrilevante, perché i regni della vita fantastica sono popolati di oggetti comunque invisibili e intangibili. Nei regni della vita fantastica, anche le immagini più crudeli generano felicità. Si sa bene che la felicità è fatta anche di spavento e di angoscia. Sopprimere lo spavento e l’angoscia, significa sopprimere anche la felicità.
[FINE PRIMA PARTE...
Leggi la seconda parte QUI]

Cora Presezzi e Leyla Vahedi
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* La collana einaudiana, diretta da Bruno Munari, comprendeva fascicoli quadrati a punto metallico, simili a quelli della "Biblioteca di lavoro" del gruppo di lavoro coordinato da Mario Lodi, pubblicata da Manzuoli (1971-1980), anch'essi quadrati e che contenevano storie vere e storie inventate. In entrambe le collane la storia comincia già dalla copertina, presentandosi schiettamente agli occhi del lettore. Entrambe le collane ebbero fine drastica (cf. Tre domande a Mario Lodi, in «LG Argomenti», 4, ottobre-dicembre 1980, pp. 12-13 e M. Lodi, Muore la biblioteca di lavoro, in «LG Argomenti», 4, ottobre-dicembre 1980, pp. 11-14).

** E. Poi era lo pseudonimo di Bruno Munari stesso.
 
*** Nel 1972, quando Bruno Munari lavorava già alla grafica di diverse collane di Einaudi, viene lanciata la collana “Tantibambini”: una pubblicazione periodica, con uscite ogni quindici giorni - oggi impensabile! -.  Innovativa la collana lo era, e non perché fosse “senza fate e senza maghi” ma perché forse per la prima volta si guardava ai bambini delle fasce prescolari come lettori a pieno titolo, e lettori a tutto tondo, ai cui occhi dare design, pittura, fotografia, storie. La collana nacque infatti con lo specifico intento di rivolgersi ai lettori visuali, ai prelettori, fino a quel momento confinati nel mondo “magico” dell’ascolto, perché i libri per ragazzi erano generalmente per ragazzi lettori alfabetici, ovvero molto scritti e con un impianto grafico minimale. Dirigeva la collana Bruno Munari: individuando gli autori, seguendo la nascita dei volumi, impegnandosi a rispettarne l’assidua periodicità e a seguirne la distribuzione nelle librerie. Con questa collana vengono proposte - per la prima volta - brevi storie, narrate anche tramite l’illustrazione intesa in senso lato: in questo progetto viene infatti coinvolto ogni mezzo espressivo per immagini: la fotografia, il fotomontaggio, la sperimentazione di pagine da tagliare. Alcuni volumi sono infatti dedicati ad attività (un libro sulla realizzazione di torte fantastiche, Proprio una gran festa di Lalla Aldovrandi nel 1973, Coloriamo le motociclette di Maria Pia Donzelli). Dal 1972 al 1978 ne uscirono più di sessanta, tra cui molti firmati da grandi autori, da Scialoja a Munari stesso sotto pseudonimo, di cui ricordiamo i Cappuccetti di tutti i colori. E ancora oggi, con le fiabe di tutti i giorni di Munari, facciamo i conti. Il progetto non fu recepito come auspicato, forse perché troppo basso il prezzo di copertina per risultare un incentivo all’impegno dei librai, forse perché i libretti, messi di costa, sparivano tra le altre proposte delle librerie. Si trattava infatti di brevi storie, 32 facciate per 16 pagine in tutto e rilegate semplicemente col punto metallico, senza risguardi o copertine: anzi, la storia comincia già nella copertina. E nella quarta di copertina, parte integrante del libro, c’è la linea della collana, che cambiò più volte, la troviamo diversa quasi in ogni numero.

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