12 nov 2017

*San Martino (SECONDA PARTE)* La “festa dei cornuti” e lo charivari dell’11 Novembre

La festa dei cornuti
È proprio nel giorno di San Martino che si concentrano, dei "dodici giorni" o “dodecamerone” dei morti, gli aspetti più propriamente festivi ed “orgiastici”: «banchetti e bevute, chiassi, eccessi, a volte mascherate, sfilate di tipo carnevalesco con al seguito zucche, simboli di fertilità e fecondità fino a quello fallico» (E. Baldini - G. Bellosi, Halloween). 
Nota in gran parte d’Italia come “festa dei cornuti”, San Martino è occasione privilegiata per motteggiare, deridere, persino aggredire violentemente – nelle sue manifestazioni più radicali – i mariti traditi, gli anziani che si risposano, e più in generale – ha notato E. P. Thompson (Rough Music i «protagonisti di matrimoni anomali» come «tutti coloro che per una ragione o per l’altra si ponevano contro la comunità, infrangendone la legge non scritta».  

I rituali tradizionali di San Martino, per questa loro funzione “punitiva”, di pubblicizzazione e condanna di comportamenti considerati devianti dal costume comunitario, possono essere ascritti alla “forma” – per usare la terminologia di Lévi-Strauss – «charivari», tipicamente connessa al frastuono – “scampanate”, rough music, gridi, schiamazzi, percussione di pentole e padelle – e alla persecuzione “guerresca”, da parte dei membri di confraternite e associazioni giovanili, dei trasgressori delle norme sessuali e coniugali indispensabili per il mantenimento dell’ordine sociale. Come precisato da Carlo Ginzburg, infatti, «nell’Inghilterra del ‘700 e dell’800 lo charivari era diventato di fatto una giustizia popolare simbolica» (Charivari, associazioni giovanili, caccia selvaggia, p. 165).
Secondo Baldini e Bellosi, le caratteristiche di questa festa – ricordiamo, conclusiva del capodanno agrario d’autunno – si spiegano con l’esigenza, in un momento di rinnovamento del tempo e dell’anno, di espiare simbolicamente anche i mali e i peccati della comunità, prima di tutto denunciandoli, esponendoli “rumorosamente” al ludibrio dei cittadini:
Uno dei principi fondamentali a cui si ispira l’inizio di un ciclo annuale o stagionale è quello di eliminare il male di cui tutta la collettività si è caricata durante il periodo di tempo che scade in quel giorno. E una delle forme più comuni di tali eliminazioni è la denuncia pubblica dei peccati, delle malefatte, di tutte le infrazioni alla legge morale e alla convivenza sociale, di cui si sono macchiati i singoli componenti la comunità. In genere, ciò si attua col «testamento di Carnevale», in cui Carnevale morente, prima di essere dato alle fiamme sotto forma di lasciti simbolici e di buoni consigli, rivela tutte le magagne e le illegalità di cui si è resa colpevole la cittadinanza, a cominciare da coloro che l’amministrano. Un bersaglio speciale è costituito dalle relazioni coniugali, il cui buon andamento è di così grande importanza per il regolare sviluppo della vita associata. (P. Toschi, Invito al folklore italiano, pp. 373-374)
Lo charivari
Non ci occuperemo qui di indagare la valenza folklorica del capodanno carnevalesco, a cui dedicheremo in futuro delle considerazioni specifiche. Fermiamoci piuttosto, in questa occasione, a considerare la funzione simbolica dello charivari di San Martino e, soprattutto, a interrogare il ruolo svolto – spesso indossando maschere - dai suoi partecipanti. 
Innanzitutto, la percezione dell’adulterio o del matrimonio in tarda età come gravi “peccati” si lega alla convinzione arcaica che i defunti si rincarnino nei propri discendenti, per cui una nascita irregolare, frutto di una relazione impura, negherebbe agli antenati del marito tradito tale possibilità, conferita impropriamente agli antenati del “seduttore”. Inoltre, il “cornuto” simboleggia nella cultura folklorica un capro espiatorio, schernito e processato perché evidentemente incapace di esercitare i suoi «doveri di virilità», controllando l’elemento femminile della coppia. Per rispondere alla seconda domanda, Ginzburg ricerca invece l'origine mitica dello charivari, partendo dalla più antica testimonianza che di esso ci è pervenuta, ovvero l’anonimo Roman de Fauvel (1316 circa). Il rituale è presentato già in quest’opera con tutti gli elementi poi diventati tipici: chiasso, gesti osceni, uso di strumenti rumorosi. Dopo averlo descritto, l'autore menziona uno sconosciuto personaggio di nome «Hallequin». Pertanto – ipotizza lo storico –, lo charivari si riconnette qui ad una tradizione più arcaica, quella della «mesnie (folla, turba, schiera furiosa) Hallequin», documentata per la prima volta nel XII secolo e centrata sulla figura del demone “Arlecchino”, il capitano della compagnia. Scrive Ginzburg:
Tale tradizione è documentata per la prima volta in un capitolo della Storia ecclesiastica di Orderico Vitale, redatta verso il 1140. In esso si parla di un prete di Saint-Aubin de Bonneval, di nome Gualchelmo, che, nel gennaio 1091, camminando di notte per un sentiero, aveva udito a un tratto un fragore simile a quello di un esercito in marcia. Gli era apparso un gigante armato di clava, seguito da una moltitudine di uomini e donne, tormentati in vari modi. In mezzo a loro, oltre ad alcuni Etiopi, aveva scorto donne libidinose, chierici, soldati. Allora aveva compreso di trovarsi di fronte alle anime della “familia Harlechini”. In queste pagine veniva tradotto in termini almeno parzialmente cristiani un mito largamente diffuso nella cultura folklorica dell’Europa medievale: quello della “caccia selvaggia” o “esercito selvaggio” - la schiera dei morti implacati perché periti anzitempo, che corre di notte in mezzo a un frastuono tremendo, guidata da una divinità maschile (Perchta, Holda, Diana, Ecate...) o, come qui, maschile (Harlechinus). (C. Ginzburg, Charivari, p. 167)
La caccia selvaggia
Poiché dunque è la «caccia selvaggia» a costituire lo «sfondo mitico» dello charivari, i suoi “attori” mascherati rappresenterebbero niente meno che i defunti ostili (“folla di Arlecchino”), tornati sulla terra in una particolare ricorrenza per ripristinarvi il corretto ordine simbolico e sociale. Così, i giustizieri dei “cornuti” al San Martino metterebbero in scena – a giudizio di Carlo Ginzburg - l’intervento espiatorio dei morti, la loro vendetta a salvaguardia della “giustizia familiare” e della riconciliazione metastorica fra gli avi e il loro nucleo domestico. Il ritorno delle anime implacate – i cortei chiassosi dell’11 novembre – concorre perciò, in questa particolare interpretazione, prima di tutto alla redenzione religiosa e sociale della comunità dei viventi:
La fase più antica della storia dello charivari testimonia un fenomeno estremamente importante: la presenza dei morti nella società dell’Europa pre-industriale. Per noi, oggi, esistono morti singoli, a cui siamo stati legati in vita (direttamente, o attraverso memorie familiari) oppure un concetto astratto come “la morte”. Allora, i vivi si sentivano legati da una serie di rapporti, che andavano dalla solidarietà alla minaccia, a una vera e propria comunità di morti. La percezione di questo legame trovò un’espressione durevole nel mito della “caccia selvaggia”. Grazie ad esso, il terrore angoscioso di essere risucchiati nel gorgo dei non-viventi veniva formulato e in certa misura padroneggiato. (C. Ginzburg, Charivari, p. 174)
Nelle campagne – conclude lo studioso – la Chiesa dovette a lungo combattere contro questa concezione anti-cristiana – perché “immanentistica” – della morte, intervenendo autoritariamente per modificarne rappresentazioni e contenuto. Sicché alla prima forma antica/pagana di caccia selvaggia – familia dei morti implacati che corre nel frastuono guidata da una divinità femminile (Perchta, Holda, Diana o Ecate) o maschile (Arlecchino appunto) – venne progressivamente sostituita la versione confessionale/attenuata – la processione delle anime del Purgatorio – ed infine quella mostruosa/infernale del sabba dei diavoli e delle streghe.

Silvia Ippolito

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Bibliografia:

Baldini E.Bellosi G., Halloween. Nei giorni che i morti ritornano, Einaudi, Torino 2006.

Cattabiani A., Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i ritmi dell’anno, Mondadori, Milano 2003.

Cattabiani A., Lunario. Dodici mesi di miti, feste, leggende e tradizioni popolari d’Italia, Mondadori, Milano 2015.

Ginzburg C., Charivari, associazioni giovanili, caccia selvaggia, in «Quaderni storici», n. 49 (aprile 1982), pp. 164-177.

Lévi-Strauss C., Il crudo e il cotto, Milano 1966.

Thompson E. P., Rough Music. Lo ‘charivari’ inglese, in Società patrizia-cultura plebea, Torino 1981.

Toschi P., Invito al folklore italiano. Le regioni e le feste, Studium, Roma 1963.


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