sabato 6 gennaio 2018

La Befana: antenata donatrice, Nonna del fuoco, Vecchia/Strega d’Inverno


La Befana: una tradizione di origine remota, squisitamente italiana, e nondimeno per lo più soppiantata, al giorno d’oggi, dal primato – si noti, maschile – di Babbo Natale, figura più recente e nel complesso più rassicurante di quella che talvolta si presenta nel folklore come una vera e propria madre/strega distruttrice e pericolosa, persino divoratrice dei fanciulli cui fa visita, la notte del 6 gennaio, a cavallo della sua scopa. In effetti, nonostante la Befana stessa sia stata sottoposta, quanto Babbo Natale/San Nicola a tentativi di “cristianizzazione” – si pensi alla sua identificazione con Sant’Agata o alla sua prossimità con la Santa Lucia del 13 dicembre –, questa risulta prima di tutto «erede di personaggi, funzionali all’interno delle culture contadine, ma inquietanti e inaccettabili per la Chiesa» (Erberto Petoia, Storia e leggende di Babbo Natale e della Befana, p. 18), e non potrà probabilmente mai liberarsi di quelle radici – eretiche, pagane, quindi stregoniche e demoniache – che le appartengono. 


Come sottolineano Baldini e Bellosi: «La Befana così come appare nel folklore italiano… è figlia di insiemi mitico-simbolici vari e compositi, perché la cultura popolare del nostro paese si è formata con l’apporto della religiosità e delle tradizioni latine, celtiche, germaniche, slave, greche ecc., a loro volta formatesi con supporti ancora più antichi» (Tenebroso Natale, p. 178). Risulta quindi del tutto impossibile, nella «commistione di culti agrari, funebri e lunari», discernere la sua genealogia da quella delle «entità notturne che, in larga parte d’Europa, furono al centro di mitologie e devozioni popolari (poi viste, nell’ottica inquisitoriale d’età tardomedievale e moderna, come prodromi del sabba stregonico)». Si tratta di Diana, Ecate, Proserpina, Abundia-Satia, Perchta, Holda, Erodiade, ovvero degli archetipi femminili considerati alla guida della più volte menzionata caccia salvaggia o corteo dei defunti (spesso, nelle tradizioni orali, trainati da rami, bastoni o scope).
Semplificando al massimo, la Befana risulta essere una «sintesi simbolico-religiosa» tra: 1) «un filone interpretativo connesso ai riti della fertilità e in cui le donne ricoprono un ruolo fondamentale» (Storia e leggende di Babbo Natale e della Befana, p. 12) – da cui la sua assimilazione alla divinità agreste della Madre Terra e l’attività di tutela da lei svolta nei confronti della filatura e della tessitura, attività sponsali per eccellenza – e 2) culto funebre della matriarca/antenata domestica, così da arrivare a rappresentare i morti, ritualmente in visita, più o meno propizi nei confronti della loro famiglia. Perché la Befana “vien di notte” e la sua inviolabile invisibilità le deriva, da una parte, dalla natura inferica, soprannaturale che la contraddistingue, dall’altra, dalla necessità, per il bambino che la attende, di non vederla (pena la mancata consegna del regalo o peggio il finir preda di temibili, persino fatali, castighi).

Befana in piazza (B. Pinelli)

La festa di Epifania chiude il ciclo dei dodici giorni successivi al Natale: «festa lunare», conforme a calendari antichi, resta legata alla simbologia del suo astro, configurandosi come «momento rituale dedicato all’infanzia e al mondo femminile» (Claudia e Luigi Manciocco, L’incanto e l’arcano, p. 148). Nella tradizione contadina, la dodicesima notte è notte di miracoli, metamorfosi: a mezzanotte le bestie acquistano parola, ed ogni cosa si trasforma, «le lenzuola in lasagne, le mura in cacio, l’acqua in vino», «tutti i desideri si esaudiscono, gli alberi danno frutti d’oro» (ibidem): 

La dodicesima notte conclude il periodo di passaggio dal vecchio anno al nuovo cominciato col Natale. È dunque un capodanno e, come ogni “capo dell’anno”, è colma di sortilegi, come spiegano due proverbi: “La notte di Pasquetta parla il chiù con la civetta” e “La notte della Befana nella stalla parla l’asino, il bove e la cavalla”. Quest’ultimo riflette una credenza popolare, diffusa una volta soprattutto in Romagna e Toscana, secondo la quale gli animali parlano nella notte dell’Epifania. Fino all’avvento dei trattori si tramandavano le parole che si scambiavano i buoi: “Biancone!” “Nerone!” “Te l’ha data ricca la cena il tuo padrone?” “No, non me l’ha data.” “Tiragli una cornata!” Sicché si diceva che alla vigilia dell’Epifania i contadini governavano senza risparmio le loro bestie per evitare che nella magica notte dicessero male del padrone o del loro custode. Ma si credeva anche che i morti s’incarnassero, in quella notte di passaggio fra un anno e l’altro, negli animali da stalla che acquisivano in quelle ore capacità divinatorie (Alfredo Cattabiani, Lunario, p. 17). 

Il soprannaturale irrompe potentemente nel quotidiano, i morti tornano in massa nelle loro case, vi entrano a benedire il pane, siedono a tavola con i vivi. Proprio il ritorno dei defunti – il viaggio della Befana, a bordo della scopa, di camino in camino – è il nucleo mitico che rende l’Epifania tecnicamente assimilabile alle più arcaiche feste rurali della primavera, espressione della Grande Festa di rinnovamento e purificazione che si estende sino alle calende di marzo, e di cui il Capodanno invernale costituisce soltanto una delle tappe rituali, assieme al Carnevale e, vedremo, alla Quaresima.
Innanzitutto, la Befana della festa popolare – figura ambigua, che si manifesta alla fine di un periodo di transizione fra il vecchio e il nuovo anno – conserva le sembianze “archetipiche” della Madre Terra, che offre, prima del gelo invernale, i suoi ultimi doni, per rifiorire, se opportunamente nutrita e propiziata, Natura “giovinetta” in primavera:

All’inizio del mese di gennaio si festeggia Madre Natura che assume le sembianze di una vecchia e benevola strega a cavallo di una scopa: la Befana, detta anche la Vecchia a Pavia, la Pifanie nel Lario orientale, la Vecia o la Stria a Mantova, Padova, Treviso e Verona, la Pasquetta a Legnago, a Venezia Marantega o Redodesa, nome che si ritrova anche nelle Alpi bellunesi con le varianti Redosega, Redosola e Redosa, la Sibilia a Pirano, la Donnazza a Borca di Cadore, l’Anguana a Cortina d’Ampezzo e la Berola in provincia di Treviso, la Vecie o la Strie o la Femenate o la Marangule nel Friuli. A Modena è la Barbasa, a Piacenza la Mara, la Voecia a Bologna. La Befana, che appare nella dodicesima notte dopo Natale, alla fine del periodo di transizione fra il vecchio e il nuovo anno, è un’immagine di Madre Natura che, giunta alla fine dell’anno invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una befana o di una “comare secca” da segare e bruciare. Ma prima di morire offre una cascatella di dolciumi e regalini che altro non sono se non i semi grazie ai quali riapparirà nelle vesti di giovinetta Natura: ovvero è una luna che muore, diventa nera, per rinascere falce verginea (Lunario, p. 13).
Maschera spaventosa di Redodesa

Anche l’usanza di cacciare attivamente, e uccidere col fuoco, la Vecchia nonna/strega d’inverno risulta conforme a tale simbolismo. In particolare, il rito benaugurale del copar la vecia, in Veneto, riassume efficacemente, dei fuochi dell’Epifania, tanto le atmosfere luttuose quanto la componente chiassosa/carnascialesca: 

Una volta nel Veneto si celebrava nella dodicesima notte un rito dove si faceva un gran chiasso per scacciare dai campi e dai paesi tutte le forze malefiche. Poi si accendeva un fuoco su cui bruciava il pupazzo orrendo della Vecia: da questa usanza è nato il detto «Copar la vecia», cioè liberarsi da ogni male. Chi fosse riuscito a portare a casa i cavei, i suoi capelli, si sarebbe propiziato la fortuna per tutto l’anno. Infine la Vecia rinasceva dal fuoco purificatore come Veceta, buona fata portatrice di bene e di doni. Ancora oggi a Goito, in provincia di Mantova, si brucia un pupazzo, detto la Vecia, sui grandi falò, i borielli (Lunario, pp. 13-14). 

"Vecia" befana o
 "veceta" fata primaverile

Che la Befana sia una personificazione dell’anno e della natura giunta al termine del suo ciclo, e che di conseguenza la festa dell’Epifania appartenga al medesimo contesto mitico-archetipico degli altri – molteplici – “capodanni” agrari, traspare con chiarezza accostandola al Carnevale, e cogliendone l’aspetto ludico, “drammaturgico”, comico/teatralizzante. Tanto che, a Varallo Sesia in Piemonte, il «frantolino», simboleggiante l’anno nuovo, strappato alle braccia della «Veggia Pasquetta» può essere incoronato mesi dopo “re del Carnevale”, mentre in Sicilia ci si munisce di torce a vento nella notte di San Silvestro per stanare, nelle caverne di Gratteri, la Carcavecchia velata dei tortiglioni, e il fantoccio lacero della Strina di Ciminna - che, formica, esce dal suo castello soltanto a Natale – viene rincorso per le strade da centinaia di ragazzi urlanti, in un tripudio di corni di bue, cerbottane, padelle e pentole. Morfologicamente analogo al bruciamento della Befana è infine l’usanza di «Sega-la-Vecchia», tipica della mezza Quaresima e dunque appartenente al quadro rituale del capodanno carnascialesco e del culto primaverile delle piante:

La Vecchia era un pupazzo di legno che spesso teneva tra le mani il fuso e la conocchia, ed era riempita d’uva e fichi secchi, castagne, carrube, mele, pere con sapa e cotognata: piccoli regali che, segata, concedeva ai paesani prima di essere bruciata sul rogo. Era apparsa già in un altro periodo, considerato un Capodanno, con il nome di Befana: simbolo dell’anno vecchio che moriva offrendo i semi da cui sarebbe cresciuto l’anno nuovo (Alfredo Cattabiani, Calendario, p. 155). 

Riproposto cristianamente come rito d’astinenza pre-pasquale, espiatorio delle orge gastronomiche, il «processo» alla Strega ingorda - condannata per «voglia di un salsicciotto bolognese» ad esser segata viva, sventrata senza pietà per liberare la fata carica di dolci e frutta fresca che porta in grembo – segue lo stesso cerimoniale della potatura del «ramo» di Carnevale, celebrativa dell’equinozio di primavera e del rivolgimento del ciclo della natura: 

Di là dalle interpretazioni moralistiche, il rito di Sega-la-Vecchia, come quello dell’albero di Carnevale, era ed è, dove ancora sussiste, una cerimonia di passaggio verso l’equinozio di primavera, verso il nuovo anno. Vi si celebra senza esserne più coscienti la morte del vecchio anno, ovvero della «comare secca», della vecchia Madre natura da cui rinascerà la giovinetta Natura, cioè l’anno nuovo: simbolo della rinascita spirituale di chi sa liberarsi della vecchia pelle rinascendo «nuovo» (Calendario, p. 156).
Cerere, Madre Terra


I falò del 6 gennaio assumono, nella tradizione folklorica, una funzione tecnicamente propiziatoria/apotropaica, favoriscono la fertilità dei campi e la salute degli esseri viventi, sono dotati del potere magico di influenzare le sementi, tanto che dalle loro faville si traggono diffusamente pronostici per il raccolto. Al tempo stesso – come testimoniato dalla valenza negativa/malefica attribuita al fantoccio bruciato – consentono di esorcizzare il sentimento primordiale di paura sperimentato dal contadino in un momento particolarmente “sensibile” dell’anno, legato al ritorno dei morti e alla loro presenza nei campi e nelle case.
Perciò, la festa della Befana, Madre/antenata, offre l’occasione tanto per venerare e accogliere i defunti in processione, quanto per scacciare gli spiriti stregoneschi che infestano le campagne. Tenuta ferma la distinzione, nel pensiero antropologico, tra i «morti concepiti come potenzialmente nocivi» e gli antenati benevoli della famiglia, i roghi incineratori della Vecchia di Natale possono essere interpretati – citando i Manciocco - secondo la modalità del «commiato», in quanto la figura della progenitrice in visita, ospitata e nutrita al focolare, attrae ma anche spaventa gli eredi, e nell’ultimo giorno della sua celebrazione deve essere prudentemente riaccompagnata nel regno ultraterremo da cui proviene. Gli atti rituali – fuochi, rumori e grida – che scandiscono il processo alla vecia allontanano simbolicamente il Morto dalla terra, permettendo la ripresa delle attività quotidiane e il ristabilimento dell’ordine agrario: 

Abbiamo già rilevato come i fuochi accesi durante i dodici giorni e in particolare l’ultimo, che coincide con l’Epifania, avevano una funzione di “commiato” rispetto agli spiriti degli avi defunti: sappiamo inoltre che questa funzione deriva dai rituali incineratori e dall’allontanamento dello spirito mediante il fuoco. I resti di questi fuochi accesi con scadenze calendariali in corrispondenza della grande festa, portati in casa e nei campi avevano poteri fertilizzanti e taumaturgici. Tali virtù dei fuochi trasferiti alle braci e alla cenere vengono acquisite dai giovani che saltano attraverso questi falò collettivi, e dai bambini piccoli che vengono avvicinati al fuoco in braccio alle madri. Probabilmente tutti questi riti erano elementi costitutivi essenziali del ritorno degli antenati durante la grande festa, la cui struttura stiamo tentando di ricostruire, seppure frammentariamente. Sembra evidente quindi che i falò accesi durante la notte dell’Epifania, con il fantoccio della Befana che viene bruciato, si possono ricondurre a questo contesto, confermando così l’ipotesi di un nesso tra la Befana e i riti d’iniziazione dei giovani, in questo caso mediante il fuoco (L’incanto e l’arcano, pp. 86-87).
Il rogo della Vecchia


La figura della Befana rimane quindi intrinsecamente legata al contesto iniziatico: non è un caso che proprio un’anziana donna fosse spesso chiamata a svolgere – nei rituali primitivi connessi alla transizione del giovane da uno stadio all’altro dell’esistenza – un ruolo preminente. In quest’immagine tradizionale – come di tutte le proiezioni mitiche ad essa accostabili – si può pertanto individuare:

[…] un sostrato originario, dove si riflettono i tratti della grande dea delle foreste, signora degli animali e delle piante, delle acque e del fuoco, dei fenomeni astrali e delle tempeste, progenitrice e protettrice del clan, custode del fuoco tribale, nonché grande madre degli antenati della stirpe. Assistiamo poi gradatamente all’innesto di uno strato secondario, con il potenziamento e lo sviluppo di alcuni caratteri in epoca neolitica, con il passaggio alle abitazioni stabili. Qui la figura della vecchia nonna è particolarmente legata al focolare domestico e al culto degli antenati. Si rafforza il suo legame con le piante, con la terra, l’acqua, la fertilità, e si sviluppano le caratteristiche e le funzioni legate all’agricoltura, come quella di seminare i campi, occuparsi dei lavori di tessitura e filatura delle piante; anche questi come vedremo in qualche modo correlati al culto degli antenati, e in particolare al culto domestico delle progenitrici familiari. (L’incanto e l’arcano, p. 9)
La "Nonna-fuoco" (E. Beskow)

Nella sua «modesta apparenza» di abiti rattoppati e scarpe rotte, la Befana – proprio come la baba
jaga delle fiabe – svolge da secoli la funzione di mediare «tra il mondo dei vivi e l’aldilà, tra la nostra vita quotidiana ed il “tempo fuori dal tempo” degli antenati» (L’incanto e l’arcano, p. 10)

Perchta
Emblematicamente, gli archetipi femminili legati al periodo natalizio sono in svariati ambiti folklorici contraddistinti da «tratti zoomorfi» legati al culto paleolitico degli avi e delle fiere selvagge: se è la cicogna (animale carico di energia fecondante e patrono delle nascite) ad accompagnare la Holda germanica (protettrice dei defunti nonché dea delle tempeste, dispensatrice di regali ai bambini), la Perchta austriaca appare talvolta munita di becco e zampe di gallina, mentre in Sicilia la Vecia Strina Befana appare spesso come uccello o formica che penetra nelle case passando per i tetti o i camini. Abbiamo del resto già rilevato nel precedente post come la Santa Lucia italo-spagnola e la Tante Arie francese siano sempre accompagnate dall’inseparabile asinello.

Tante Arie, Fata-Befana
Altro nesso fondamentale è quello fra la Befana e la cappa del camino, luogo del suo avvento ma anche fulcro un tempo del culto primitivo dell’antenata, «nonna-fuoco», custode delle ceneri, protettrice della comunità familiare. Nelle antiche tribù, infatti:

La donna più anziana della casa era la principale addetta al fuoco: se nella famiglia non vi erano più donne, tutti i riti si interrompevano, poiché la comunità era basata sulla consanguineità e rappresentata dalla figura femminile, spirito del fuoco e madre del clan, una sorta di progenitrice mitica di un gruppo familiare. Quando la sposa si trasferiva nell’abitazione dello sposo, essa portava con sé lo spirito della propria antenata, prelevando dei tizzoni dal focolare della casa natale, e con questi accendeva il fuoco nella casa del marito, rivolgendosi alla sua progenitrice con queste parole: “Piccola madre, ora che il nuovo fuoco è acceso, stabilisci un nuovo saran: che il mio fuoco non smetta mai di ardere in questo nuovo luogo”. Il fuoco comune era un’istituzione del clan, e la nonna ne era la padrona e la custode. Essa era in rapporto con la reincarnazione delle anime dei defunti nei nuovi nati e risiedeva nel focolare (L’incanto e l’arcano, p. 61).

Il focolare, immaginato come sede sacra degli avi, è circondato da un «alone mitico» poiché anticamente connesso – spiegano i Manciocco – al rito della «seconda sepoltura». La festa primitiva del «ritorno dei defunti», celebrata al Capodanno, prevedeva infatti che le loro spoglie – inizialmente espulse dall’abitato e lasciate a purificarsi – venissero nuovamente condotte in casa e ri-inumate in corrispondenza della soglia o del camino. L’usanza funeraria, scomparsa in epoca successiva, è conservata tuttora in alcune tradizioni che prevedono la deposizione di offerte al focolare. 
Notoriamente, la Befana è immaginata come portatrice di doni per i bambini “buoni”, o, viceversa,  irreprensibile castigatrice dei “cattivi”. Il suo avvento rituale, desiderato ma anche temuto dai fanciulli, si inscrive dunque nel quadro di una logica pedagogica in cui i premi – balocchi, caramelle e dolciumi vari – o le punizioni – il carbone e la fuliggine –, dispensati da un personaggio oltremondano, da un “morto”, segnalano simbolicamente meriti e trasgressioni accumulati nel corso dell’anno:

Quel che fanno per la Sicilia in generale i Morti, fa per alcuni paesi particolari una
La Strina nel palermitano
vecchia quanto brutta, altrettanto buona e cara a’ bambini, vo’ dire la Vecchia di Alimena, la Vecchia Strina di Cefalù, di Vicari, di Roccapalumba, la Vecchia di Natali di Ciminna, la Vecchia di Capudannu di Resuttano, la Carcavecchia dI Corleone, la Befana di altri luoghi. Questo strano essere, grinzoso, sdentato, lacero, la notte di Natale o l’ultimo dell’anno secondo i paesi dove gli si crede, esce in giro portando quel che portano i Morti: balocchi, abitini nuovi, dolci e quattrini da regalare a’ bambini. Dove è un antico castello, questa Vecchia vi rimane chiusa e nascosta l’intero anno, e ne esce a piedi tirandosi dietro una funata di muli carichi di tutto quel ben di Dio. In Corleone scende dalle rocche e in forma di uccello penetra nelle case, come altrove penetra in figura di formica. Quivi trova le scarpe; in Roccapalumba fazzoletti preparatile dai fanciulli. Invisibile per sua natura e per sua volontà espressa, in Resuttano va, avvolta da un lenzuolo, al suono d’una campana da vacche ed esige che nessun fanciullo mai ardisca, per curiosità, metter fuori la testa, aprire gli occhi per cercar di vederla e conoscerla.» (G. Pitrè, Usi e costumi del popolo siciliano, Vol. IV, in part. “I Morti e la Vecchia Strina”, pp. 58-63).

Befana portatrice di doni e carbone
Ricevendo il dono della Befana i bambini ricostituiscono l’unità metastorica della famiglia, sancendo, se premiati, la protezione dell’antenato sull’ambito domestico, come la temporanea immersione dei vivi in una «dimensione festiva intesa come tempo eccezionale in cui la famiglia celebra il superamento simbolico della frattura storica morti-vivi» (Luigi M. Lombardi Satriani; Mariano Meligrana, Il ponte di San Giacomo, p. 150). Più specificamente, le questue rituali previste nel folklore popolare in occasione di feste e ricorrenze particolarmente significative si distinguono in “attive” e “passive”. La forma attiva è organizzata in modo che i rappresentanti simbolici dei morti – i bambini prima di tutto, ma anche mendicanti, poveri, individui mascherati, sagrestani o campanari, figure tutte in qualche modo marginali ed inquietanti – si rechino per le case a chiedere offerte di vario genere, spesso di cibo, punendo chi si rifiuti di soddisfarli con fatture, insulti o scherzi. Al contrario, la forma passiva prevede che la questua non sia esplicitamente “domandata” dai vicari dei defunti, bensì portata loro in dono da figure – “Gesù”, Babbo Natale, la Befana, fate e spiriti, santi e così via – esse stesse legate ai morti e provenienti dall’aldilà.
Lo stesso carbone connesso alla Befana non è un elemento casuale. Nella tradizione popolare infatti, braci e ceneri natalizie vengono identificate con le anime degli antenati domestici, e perciò ritenute da un lato sostanze dal potere propiziatore, dall’altro materie inquietanti, ctonie, infere, ultramondane: 

Appare chiaro quindi il significato della cenere e del carbone come sostanze dotate di influssi essenzialmente positivi e propiziatori, e al tempo stesso materie archetipiche di una dimensione infera, legate alla sfera ctonia, e quindi ambigue ed inquietanti. Probabilmente per questa ragione esse sono state considerate come una sorta di “punizione tangibile”, simbolo di comportamenti riprovevoli, e passati successivamente alla sfera grottesca e giocosa dello scherzo, che i bambini percepivano come una scoperta deludente. Ma originariamente, nella calza, accanto ai dolci, alle nocciole, alla frutta, si usava mettere anche dei pezzetti di carbone, e ancora oggi per la festa della Befana si vende nelle fiere il carbone di zucchero da mettere nelle calze dei bambini. Questo indica come il valore ancestrale di questa sostanza misteriosa si sia in qualche modo conservato nelle usanze tradizionali. Per questo non è affatto ingiustificato annoverare la cenere ed il carbone portati dalla Befana tra i doni fatati, dotati di valore magico ed altrettanto preziosi vista la loro correlazione con le figure degli antenati (L’incanto e l’arcano, p. 90).

Oggetto magico, benefico ma pericoloso, il carbone della Strega Befana è l’autentico “dono fatato” – in fondo… zuccherino! – portato dall’aldilà.
Un’ultima notazione: come già accennato, le molteplici befane della tradizione europea sono spesso anche dipinte come abili filatrici (simili alle Parche, Moirai o Nornen, che “cuciono” il destino dei mortali), e d’altro canto alla notte del 6 gennaio si raccomanda alle donne, come un vero e proprio “tabù”, di astenersi dalla tessitura e da qualsiasi occupazione che preveda l’utilizzo di fili, matasse o stoffe:

Nelle civiltà dove le grandi Dee hanno cumulato le virtù della Terra, della Luna, della Vegetazione, il fuso e la rocca con cui [le Moire] filano i destini degli uomini diventano, insieme a tanti altri, loro attributi. Il divieto di filare, nei periodi che vedono i morti aggirarsi per il mondo o, come nel caso dell’Epifania, nel periodo in cui dovrebbero abbandonare la dimensione umana, è dettato dal timore che le loro anime vengano attratte da “quel che comincia e da quel che si crea” (Mircea Eliade)”, simboleggiato in questo caso dal girare dell’arcolaio, e che possano restare impigliate o rifugiarsi nelle matasse e nel filato (Storia e leggende di Babbo Natale e della Befana, p. 16).
L'antica filatrice

L’Epifania deve quindi davvero portare via tutte le feste, scongiurando le incursioni di eventuali spiriti ritardatari. Per questo, si è consolidata nelle campagne l’usanza – ancor oggi “inconsapevolmente” diffusa – di esporre fuori dalla porta una piccola scopa di saggina, a testimoniare la già avvenuta visita della “Befana”: si racconta che le anime inquiete, i diavoli e le streghe che nella notte minacciano di entrare, ne siano attratte, e perdano tutto il tempo, fino all’alba, a contarne sull’uscio i fili.

Silvia Ippolito



Bibliografia:

Baldini eraldo; Bellosi Giuseppe, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della grande festa, Laterza, Roma-Bari 2015.

Cattabiani Alfredo, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i ritmi dell’anno, Mondadori, Milano 2003.

Cattabiani Alfredo, Lunario. Dodici mesi di miti, feste, leggende e tradizioni popolari d’Italia, Mondadori, Milano 2015. 

Corvino Claudio; Petoia Erberto, Storia e leggende di Babbo Natale e della Befana. Origini, credenze e tradizioni di due mitici portatori di doni, Newton Compton, Roma 1999.

Lombardi Satriani Luigi M.; Meligrana Mariano, Il ponte di San Giacomo. L’ideologia della morte nella società contadina del Sud, Sellerio, Palermo 1996.

Manciocco Claudia; Manciocco Luigi, L' incanto e l'arcano. Per un’antropologia della Befana, Armando, Roma 2006.

Pitrè Giuseppe, Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano, raccolti e descritti da Giuseppe Pitrè, Libreria L. Pedone Lauriel di C. Clausen, Palermo 1889.

Propp Vladimir J., Istoričeskie korni volšebnoj skazki, Izdatelʹstvo leningradskogo gosudarstvennogo universiteta, Leningrad 1946, tr. it. Le radici storiche dei racconti di fate, Bollati Boringhieri, Torino 2012.


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